TRE ATTI UNICI
di Anton Cechov
Regia di Renzo Mariani
Personaggi e interpreti
L’orso
| Grigorij Smirnov |
Alberto Arreghini |
| Elena Popova |
Monica Bonaldo |
| Luka |
Paolo Cozza |
L’anniversario
| Andrej Lipucin |
Mario Mosconi |
| Tat’jana Alekseevna |
Chiara Pontoglio |
| Kuz’ma Nicolaevic |
Carlo Verga |
| Nastas’ja Mercutkina |
Katia Ghedin |
| La deputazione |
Luisa Marzorati |
La domanda di matrimonio
| Stepan Cubukov |
Marco Mancini |
| Natal’ja Stepanovna |
Anna Moscatelli |
| Ivan Vasil’evic Lomov |
Sergio Faifer |
Luci e musiche a cura di Gabriele Tagliabue e Daniele Marzorati
Scene e costumi a cura della compagnia
Gli atti unici
Tra il 1884 e il 1891 Cechov scrisse per il teatro otto atti unici o vaudevilles:
L’orso,
L’anniversario e
La Domanda di matrimonio sono certamente tra i testi più riusciti di questo gruppo, in cui la scrittura cechoviana accantona i toni cupi dei racconti e si affida invece a un registro brillante, ai limiti del surreale e del grottesco, a una grande attenzione verso il ritmo e la struttura “sinfonica” dell’insieme.
Nell’Orso va in scena il burrascoso incontro tra il rude ma aitante creditore Smirnov e la fascinosa vedova Popova; nell’Anniversario due donne incontenibili portano scompiglio nei festeggiamenti per il decennale della banca diretta con efficienza impeccabile dal presidente Lipucin; infine, con La domanda di matrimonio, si vedrà cosa accade quando un sogno di felicità coniugale si scontra con la grettezza e le nevrosi ai limiti della pazzia dei protagonisti. Filo conduttore di questi tre quadri è l’emergere non di singoli personaggi, né tanto meno di eroi, ma piuttosto di strambe comunità di individui i cui impulsi e aspirazioni costantemente divergono o corrono paralleli, quasi sempre senza incontrarsi mai:
«Il tessuto connettivo della microcomunità del teatro cechoviano non è tanto la vita quotidiana … quanto il tempo quotidiano, un particolare ritmo di esistenza che distrugge le tradizionali gerarchie tra il centro e la periferia, il principale e il secondario, il sublime e il banale, il tragico e il comico, stabilendo tra queste serie di opposti nuovi rapporti di coesistenza, contiguità, commistione»
(dall’introduzione di Vittorio Strada a Anton Cechov, Atti unici, Einaudi, Torino 1982).
Anton Cechov (Taganrog, Lituania 1860 – Badenweiler 1904)
Cresciuto in una famiglia economicamente disagiata (il nonno era stato servo della gleba), frequentò il liceo della città natale e si trasferì nel 1879 a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente la professione di medico, dedicandosi invece all’attività letteraria. La fama e la notorietà arrivano nel 1886-87 con due raccolte di racconti, genere in cui si era cimentato fin dagli anni universitari, a cui seguono La steppa, lunga novella che ha per protagonista il paesaggio russo, e Corsia n. 6, autentico capolavoro della narrativa cechoviana.
Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia la lontana isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle disumane condizioni di vita dei forzati scrisse un libro-denuncia, L’isola di Sachalin (1895). Tra il 1895 e i primi anni del Novecento Cechov compose i suoi capolavori teatrali: Il gabbiano (1901), Zio Vanja (1899), Le tre sorelle (1901) e Il giardino dei ciliegi (1904).
Minato dalla tubercolosi, soggiornò varie volte a Biarritz, Nizza e a Jalta, in Crimea. Nel 1901 sposò l’attrice Olga Knipper, attrice del Teatro d’arte di Mosca. Nell’estremo tentativo di combattere la sua malattia, si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera; lì morì, assistito dalla moglie, a soli quarantaquattro anni.