ASPETTANDO GODOT
di Samuel Beckett
Regia di Renzo Mariani
Personaggi e interpreti
| Estragone |
Monica Bonaldo |
| Vladimiro |
Chiara Pontoglio |
| Lucky |
Gabriella Bianchini |
| Pozzo |
Dianora Marabese |
| Ragazzo |
Manuela Bruccoleri |
| Suggeritore |
Anna Moscatelli |
Commento sonoro a cura di Andrea Livio
Luci a cura di Matteo Gugliotta e Davide Merlino
Scene e costumi a cura della compagnia
Aspettando Godot
Nel gennaio del 1953, al Théatre de Babylone di Parigi, andò in scena
En attendant Godot, opera prima di Samuel Beckett. «Dopo una dozzina di giorni di repliche, per tutta Parigi corse la voce – raccontò anni dopo il regista dello spettacolo Roger Blin – che in quel teatro stava succedendo qualcosa di notevole e ogni sera si fece il tutto esaurito. […] Andammo avanti per sei mesi e lo mettemmo di nuovo in scena l’anno successivo». La critica francese accolse il lavoro di Beckett con grande interesse e, in genere, in modo molto favorevole. Jean Anouilh scrisse che la prima di
Godot era stata un avvenimento importantissimo, come la prima parigina dei
Sei personaggi di Pirandello nel 1923 – che cioè aveva segnato una nuova decisiva svolta nella storia del teatro contemporaneo. Ben presto tutto il mondo culturale francese si unì a questo giudizio. Altrove il riconoscimento non fu così immediato, ma nel giro di qualche anno ovunque si fece strada la convinzione che Godot costituisse un capolavoro assoluto, forse il più significativo del teatro del secondo Novecento.
In
Aspettando Godot, nella conversazione si risolve effettivamente tutto il dramma: il dialogo non conduce mai all’azione ed è interrotto soltanto da singole scenette che hanno il carattere di “numeri” attoriali. Ma la conversazione si dichiara come un vuoto conversare, un succedersi di frasi per passare il tempo, per ingannare l’attesa in cui consiste l’essenza della pièce stessa. I due protagonisti aspettano, e colmano il vuoto dell’attesa – e della vita – attraverso una conversazione che ha continuamente bisogno di trovare un motivo, un pretesto, per proseguire; e che continuamente si esaurisce per proporre il problema centrale, aspettare Godot. Non c’è una trama, non c’è una vicenda: ma c’è un miracolo di coincidenza tra forma e contenuto. Gli spettatori, di fronte a una pièce con al centro l’atto dell’attendere, si riconoscono in quell’attesa: l’attesa di qualcuno che non verrà diventa la forma attraverso cui si rivela il significato dell’esistenza umana.
Da P. Bertinetti, Introduzione a S. Beckett, Teatro, Einaudi, Torino 2002, pp. V, IX
Samuel Beckett (Dublino 1906 – Parigi 1989)
Nato a Dublino da una famiglia anglo-irlandese, Beckett studiò al Trinity College di Dublino e, dopo essersi diplomato, viaggiò a lungo in Europa. A Parigi conobbe James Joyce, con il quale instaurò una lunga e duratura amicizia. Tornato in patria tentò, senza successo, la carriera accademica per poi dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Le sue prime opere furono redatte in inglese; soltanto a partire dal 1945, trasferitosi a Parigi, adottò il francese come lingua d’elezione. Fra il 1951 e il 1953 vide la luce la celeberrima trilogia narrativa composta da Molloy (1951), Malone muore (Malone meurt, 1951) e L’innominabile (L’innommable, 1953): con questi romanzi si afferma nella narrativa beckettiana la tendenza alla forma monologante, che conoscerà poi il suo massimo sviluppo nelle opere tetarli, fino a perdere ogni riferimento psicologico-naturalistico e a trasformarsi nel puro delirio verbale dei personaggi di Aspettando Godot. Fu proprio quest’ultimo (En attendant Godot, 1952) che diede a Beckett il successo mondiale. L’opera teatrale di Beckett comprend altri celebri testi tra cui Finale di partita (Fin de partie, 1957), da molti considerato il suo capolavoro, Atto senza parole (Acte sans paroles, 1957), Giorni felici (Oh, les beaux jours, 1961). In queste opere giunge alle estreme conseguenze il processo di sottrazione linguistica inaugurato nella narrativa: sulla scena trova rappresentazione compiuta la solitudine dell’uomo contemporaneo e la sua assurda lotta contro un destino di annientamento che non gli permette di conoscere se stesso. Proprio il termine “assurdo” è usato convenzionalmente come cifra per indicare il teatro di Beckett.
Nel 1969 Beckett ricevette il Nobel per la letteratura.