La Recensione: “Amleto”


a cura di Francesca Perissinotto

 

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L’eternità guida la visione viscerale dell’Amleto di Renzo Mariani; un’eternità ossimorica, chiusa, ciclica, eppure ricca, nelle ombre delle sue osservazioni, delle profondità caleidoscopiche degli abissi.

Ombre e luci muovono appunto la vicenda, le cui opposizioni si incarnano nella mente spezzata di un giovane principe: da poco orfano del padre, assiste impotente alle nozze della madre con lo zio, ad un solo mese di distanza dalla perdita. Il disgusto è incatenato tuttavia a Dio, che ferma le mani del giovane contro il suicidio, ed è incatenato alla visione dello spettro del padre. Demone malefico o monito, non è dato saperlo; inarrestabile è però la ricerca della verità indotta dalle parole dello spirito: il regno di Danimarca ha assistito ad un fratricidio, ed è sacro compito del giovane ristabilire equilibrio.

La dualità insita nella morte, nel mostruoso vacillare tra sogno o nichilistico abisso, si manifesta in una molteplicità di contrasti già a partire dal testo, oscillando tra sacro e profano, razionalità e follia, freddezza e sentimento. Renzo non teme i lapilli dello scontro di questi giganti ed interpreta uno dei testi forse più complessi attraverso il filtro della propria sensibilità visiva.

La scenografia si presenta nera, come concentrazione in sé stessa di ogni colore, veste dell’oscurità rivelatrice di sussurri impalpabili. Si anima della scena, i cui linguaggi comunicano con il pubblico e tra loro trascinano verso l’implacabile: l’intero spettacolo assume in effetti le sembianze di un lento ridiscendere della mente e del corpo umano, dalla sacra prevedibilità ad immensità di decadimento prima ignote. Le tappe di questa discesa infernale si mappano grazie ad opere appositamente create dal regista e dagli attori. In forma di didascalia senza parole, il regista trasforma i corpi degli attori in pennelli, le cui linee lasciano le loro impronte su lastre di plexiglass, vive nella luce che lasciano trasparire. I corpi assumono posizioni fetali che alzano le mani vicino al viso, quasi a proteggersi in una purezza infantile dal trarre la loro immagine: è il cogliere di una paura, di una realizzazione, è la visione stessa di un presagio a rendere reali sentimenti dormienti, potenziali.

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La caduta ha però dei momenti di presenza a sé stessi, che rendono in effetti concreta e vissuta la tragedia. Visivamente, il luogo dei vincoli è incarnato da tronchi di corpo bianchi, su sfondo nero, aggrovigliati a corde: sono i momenti in cui il personaggio di maggiore presenza scenica ha più forte necessità di prove inattaccabili contro dubbi che altrimenti lo trascinerebbero verso l’indefinito; sono i momenti in cui la follia di Amleto si manifesta come protezione; sono i momenti in cui la voce del principe si erge in una doppia incarnazione compresente. È il luogo di estremo aggrapparsi a un brandello di realtà contro infiniti flutti di intuizione.

L’irrefrenabile è accompagnato del resto da un suono apparentemente extradiegetico di carrucole macchinose, come di ingranaggi perpetui, che fungono da raccordo tra le diverse scene. La loro natura si svela solo nel finale, quando sarà Amleto stesso, nostra guida nel baratro della psiche, a chiedersi che cosa sia quel rumore: è Fortebraccio, principe di Norvegia, ed il suo esercito, venuti a reclamare un diritto sul trono di Danimarca e partiti per la loro sacra missione ancor prima che lo Spettro si manifestasse. È quindi un cerchio, di miope girare in tondo, per cui le più grandi passioni si assopiscono come incubi notturni al risveglio, i cui effetti sono però vivi nell’inconscio, visibili nelle oscurità.

Le luci ed i colori sono ulteriore didascalia a questa rappresentazione polisemica. L’azzurro, qui colore del sacro, del prevedibile, del dovuto, si mescola nelle sfumature dell’alba (in cui si passa dal blu notturno al colore del giorno), al rosso, vero tiranno della scena. Il rosso sarà ovviamente il colore della passione, mentale di Amleto e fisica dei due sposi novelli, è il colore del sangue, pegno dell’indagare ed abbandonarsi a queste verità, fino a divenire il colore degli inferi, delle fiamme che bruciano di sentimenti e verità impronunciabili. Si spiega quindi così la scelta del Mariani di far entrare il pubblico in una sala illuminata di rosso, un rosso respirabile: un monito all’attenzione, al pericolo di perdersi nei labirinti di una mente libera, al prezzo che sarà pagato da chi oserà farlo.

Compagno in questo percorso è Marco Normanno, nei panni di Amleto, la cui performance non si perde in rivisitazioni di un principe degli echi, ma vive, propriamente, si anima e patisce, insieme con il pubblico. Sintomo di una forte sensibilità, consapevole, la sua recitazione trascina il pubblico in una tragedia più che mai attuale: la paura, la passione della mente, il dovere, l’amore, si intrecciano nella figura di un giovane, che ha il coraggio di gettare una vita di certezze per non nascondersi; tornare alla purezza della visione di un bambino, immersa nel rosso della maturità.