La Recensione: “Arsenico e vecchi merletti”


a cura di Francesca Perissinotto

 

Arsenico e vecchi merletti di J. O. Kesselring, Benedetta Scillone alla regia, un cast di giovani attori e del vino di sambuco: queste le premesse di sabato 14 Febbraio 2015 a Teatroindirigibile.

Nel 1939, Brooklyn somiglia a uno di quei ideali paesi di provincia in cui tutti conoscono tutti: il pastore e sua figlia Helen, il solito poliziotto che fa la ronda (magari fermandosi per un caffè), le signorine nubili che ospitano le anime sole per un pasto caldo e un bicchiere di vino. Ed è in questo contesto che Mortimer, nipote delle due signorine Brewster, sta pensando di mettere su famiglia con Helen. Ma come ci insegna il teatro, l’apparenza raramente non nasconde qualcosa. O meglio, qualcuno – perché non 12 cadaveri sepolti in cantina? O a Panama, perché in effetti lo zio Teddy pensa che la cantina sia Panama, lo scavo del cui canale è sotto la sua direzione (si sa, lui si crede Roosevelt), mentre le vittime degli avvelenamenti da parte delle ziette (anche il vino di sambuco offerto agli ospiti in realtà nasconde un mix letale di cianuro e arsenico) sono “vittime della febbre gialla”. Ma del resto: che cosa sono 12 cadaveri? Anche il cugino Jonathan, tornato a casa per allestire una clinica “di bellezza”, è in realtà un maniaco omicida che annovera 12 cadaveri nella sua brillante carriera. Niente più, niente meno.

Ciò che più colpisce della messa in scena è in effetti l’atmosfera paradossale, espressa nella capacità di rappresentare la violenza nella sua forma più inquietante, in quanto non accompagnata da rimorso o giudizio. Di fronte alle diverse manifestazioni della follia (lo zio Teddy, le due zie Brewster, il maniaco Jonathan), Benedetta Scillone non dipinge la devianza, ma anzi inserisce le diverse figure in una casa borghese, con ricche tovaglie e tendaggi, ma soprattutto con un’atmosfera accogliente trasmessa dall’uso di luci nei toni del giallo, calde. Due soli elementi permettono allo spettatore di identificarsi nella vicenda, partecipando emotivamente ai fatti. In primo luogo, l’unica eccezione a quanto detto prima: nel momento in cui Jonathan esprime la sua follia omicida, sgravata da ogni peso morale non per scelta registica, ma per una condizione di sofferenza della psiche, la Scillone tende una mano verso il pubblico, privando la scena del colore e illuminandola di luce bianca – con l’effetto ulteriore di porre in secondo piano gli elementi della scenografia, inglobati dal buio, e così sostenere una solitudine priva di qualsiasi legame con la contingenza ed assoluta. In secondo luogo, i personaggi di Mortimer ed Helen: mentre Helen compie ogni sforzo possibile per comprendere il comportamento del fidanzato, Mortimer dà voce ai pensieri del pubblico, esprimendo incredulità nei confronti delle azioni delle zie e cercando poi di salvarle dalla prigione.

La complessità dello spettacolo si regge quindi sulla capacità degli attori, in grado di dominare letteralmente la scena e la platea. Emergono in particolare Mattia Polisano, nei panni di Mortimer, Edoardo Mascheroni (Teddy o Roosevelt, a seconda delle prospettive), Gaia Boga, che sorprende nei panni di una Helen al limite dell’isteria. Breve ma intensa è la parte di Chiara Giudici, sergente di polizia con velleità artistiche, mentre le due ziette Sofia Orsenigo e Alice G. incarnano perfettamente la gentile delicatezza di due insospettabili psicopatiche per bene, dedite alle “opere buone”. In tutto questo – come poteva concludersi lo spettacolo, se non con un brindisi alla salute?