La Recensione: “Antigone”


a cura di Anna Castoldi

 

Il teatro greco non è difficile: siamo noi a essere troppo complicati. Idee e valori ingarbugliati da secoli di storia rifulgevano limpidi nella tragedia antica; forse è per questo che quelle lontane vicende parlano alla nostra memoria profonda. Forse è per questo che l’Antigone di Teatroindirigibile ha incantato la platea, toccandola come un demone evocato dal passato.

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Appena le luci si abbassano è la musica, eseguita dal vivo da Alessandro Bono, a trasportarci in una dimensione altra: la musica, che nell’Antica Grecia era in grado di esaltare gli animi fino all’invasamento divino. Le corde del violoncello dicono che un rito sta per avere luogo sul palcoscenico, recinto sacro diventato, grazie all’industria tecnica del regista Renzo Mariani, spazio triangolare dal vertice proteso verso il pubblico, a invadere lo spazio dello spettatore, a rivendicare la sua diversità e il suo posto nel teatro di oggi. Due pannelli laterali, simili a pareti rocciose, suggeriscono la rocca di Tebe, ma è soprattutto la luce, curata da Gaia Boga, a plasmare la scena. Sulle prime note dello spettacolo domina, rossa, il cadavere di Polinice – una statua di gesso distesa in fondo, solenne e immobile spettatore di tutta la rappresentazione – mentre al mattino sorge tiepida, arancione e bianca; poi si fa azzurra, rosa, più accesa, più fioca, a seconda dei personaggi e delle situazioni. La notte i riflettori si abbassano e la scena tremola alla luce delle fiammelle, antiche lucerne portate dalle guardie di Tebe.

Atmosfera altamente suggestiva, dunque, in cui i dodici giovanissimi attori si trovano perfettamente a loro agio. Una prova impegnativa, che hanno superato con grazia: davvero, a distanza di secoli, è rivissuta l’eroina Antigone (Alice Gariboldi) e l’indovino Tiresia (un’ispirata Shally Ferrari) ha di nuovo vaticinato, facendo tremare città e spettatori con il presagio di una nuova sciagura. Quanto al tiranno Creonte, uno splendente Lorenzo Carpani ha saputo incarnare la duplice natura di un uomo non malvagio, quanto ossessionato da una giustizia presuntuosa. Papà italiano, mamma greca, Lorenzo ha fatto sua quella cadenza, quel ritmo scandito dal trimetro giambico così difficile da rendere in italiano eppure ancora percepibile, anima e corpo della tragedia greca: le parole si intrecciano alla musica diventando poesia pura. Meritano una menzione speciale anche Sofia Orsenigo, la meno coraggiosa ma sincera Ismene; Alessandra Pianello, veloce e spaventato messaggero; Alessandro Purita, il giovane Emone, non intimorito dalla statura del padre e pronto a confrontarlo.

Ma forse la vera liaison tra il teatro antico e noi è il coro. Personaggio collettivo, voce, nell’Antigone, dei vecchi di Tebe, rivestiva un ruolo e una forza lirica per noi oggi difficili da recuperare. Eppure nelle maschere e negli scudi a figure nere ci pare di cogliere un istante, una breve intuizione, che ci riporta a quel tempo e ci fa sentire antichi. Cos’è l’antico? Qualcosa di lontanissimo, eppure presente in una regione nascosta: il teatro lo svela. Per questo sentiamo che Antigone è nel giusto e la condanna di Creonte ci è insopportabile e, accanto al coro, siamo vicini alla coraggiosa donna. La tragedia non smetterà di avere un profondo significato, finché sarà umano il cuore con cui la ascoltiamo.