La Recensione: “Atti unici” di Campanile


a cura di Francesca Perissinotto

 

Nessuna messa in scena poteva rappresentare meglio l’apertura della rassegna curata da Teatroindirigibile rispetto agli Atti unici di Campanile, per la regia di Giacomo Cattaneo.

Atti unici

A riflesso dello spirito eclettico della Compagnia figinese, sette diversi testi compongono la miscellanea teatrale della serata, divisa in due atti dedicati rispettivamente a Una moglie nervosa, Dramma di mezzanotte, Acqua minerale, Il biglietto da visita, Il nuovo pensionante e L’occasione da una parte, e il più lungo Delitto a Villa Roung dall’altra. Il pubblico che accede alla sala, del resto, è accolto da un sipario chiuso, come in continuità rispetto al termine della scorsa stagione, coronata dai Fiori d’acciaio per la stessa regia; ogni testo del primo atto vede quindi la cesura del buio in sala, in un montaggio di immagini frenetiche il cui unico raccordo sono gli applausi della platea. Se i diversi pezzi forniscono così delle vere e proprie spinte della Compagnia verso il pubblico, verso l’inizio di un nuovo anno insieme in nome del teatro, con Delitto a Villa Roung il passaggio sembra compiuto: lo spettatore respira la stessa aria degli attori, vive delle loro emozioni ed è, ormai, rapito nell’iperuranio della scena. Come sempre, non mancano però gli spunti di riflessione, offerti nella chiave dell’ironia e del paradosso: incarnazione dello spettacolo teatrale in se stesso, il Delitto si sviscera tra lo spunto metateatrale dei personaggi e la presenza della Didascalia in scena; anche il buio, nel primo atto non-luogo di transizione da un testo all’altro, nasconde qui, invece, il cuore della vicenda e il momento di svolta della rappresentazione.

La stessa scenografia sembra accompagnare l’ingresso del pubblico nel mondo del teatro: due pannelli neri, uniformi, posti in obliquo rispetto al proscenio, nascondono il fondo del palco, trasformandosi in parte della rappresentazione nel Delitto, quando fungono da ulteriore quinta ed entrata dei personaggi. Pochi gli elementi di scena (una valigia, due sedie, un divano, un tavolo). Le luci, bianche, curate da Chiara Ardino, sono sapientemente orientate a evidenziare la presenza del singolo attore, portato così a consistenza fisica e colore, a contrasto con il nero imperante della scenografia. L’attore emerge: non mera macchietta, come proposto nel testo di Campanile, ma non persona – sono attori, quelli che calcano il palco e danno vita, nella loro frenesia e nel ritmo incalzante, nella loro corporeità, al Teatro.

Il talento dei diciassette attori impegnati è evidente; particolarmente apprezzati dal pubblico restano sicuramente Roberto Orsenigo, Benedetta Scillone, Elio Ferrario, Elena Orsenigo, Giorgio Agosta del Forte e Stefano Livio, anche se il successo della rappresentazione deriva soprattutto dai tempi e dallo scambio di battute, dal coordinamento spaziale, dalla genesi condivisa di un atto teatrale senza protagonisti. Ruolo centrale, piuttosto, è da ricondurre alla platea, coinvolta sin da Una moglie nervosa al punto da commentare, suggerire, come di fronte a una scena domestica in cui due amici ci raccontano una storia.

Il paradosso, linguistico e delle situazioni citate, il ritmo incalzante, i riflettori, le risate del pubblico – questi in conclusione gli ingredienti della serata, preludio dei futuri successi insieme della Compagnia.