L’autore: Achille Campanile


a cura di Giorgio Agosta del Forte

Achille Campanile nacque a Roma nel 1889.

Achille_Campanile_1Suo padre, Gaetano Campanile Mancini, originario di Caserta era giornalista e implorava il figlio dicendogli: “guaglione mio, fá tutto, ma nun scrivere. Cerca ná prufessione giusta, ná cosa pratica: ecco ’ngegnieria!”*. E siccome erano nella patria del poeta Vate e l’avvenire era sul mare: ingegneria navale.

“Ma babbo caro, io non so fare l’ingegnere, persino le navi di carta che costruisco vanno a fondo, figuriamoci quelle reali!” Così rispondeva il giovane Campanile, cupo e mesto al pensiero di aver a che fare con delle navi.  Fortunatamente l’idea venne abbandonata.

Si pensó poi di fargli intraprendere la via del diplomatico e persino dell’ecclesiastico ma anche queste soluzioni caddero nel nulla. Infine si iscrisse alla facoltà di legge e trovó impiego come avventizio presso il Ministero della Marina. Dopo un mese abbandonó. Come estensore delle lettere risultó un disastro: tutti quei termini “a pregiata vostra”, “in evasione di”, “facendo riscontro” non li capiva ma, in compenso, li usava a casaccio. Fu così che il padre si rassegnò al fatto che anche il figlio seguisse la carriera giornalistica.

La vita di Campanile prese poi un riso amaro, il fratello Isidoro morí a 22 anni e poco dopo anche la madre si lasció morire dal dolore. In questi anni, Campanile si stava cimentando nel suo primo romanzo “Che cos’é questo amore”, uscito a puntate su Sereno, 1924.

Non è vero che quando si scrive una cosa da ridere, [diceva lo scrittore] si debba essere nello stato d’animo dell’allegria; io ho scritto pagine allegrissime piangendo. Bisogna dividersi in due, come staccare la spina della luce.

Così Campanile incominció a scrivere giovanissimo, per lui era un bisogno, una necessità. Al liceo il suo professore gli diceva: “Figlio mio, sei bravissimo ma i tuoi testi sono monocordi, tristi, pedanti, tutti uguali.”; “Non mi interessa, io leggo Dante e i duecenteschi e poi sono malinconico e triste di natura”. Ma un giorno, riflettendo su questa osservazione cambió il suo modo di scrivere e i testi divennero vivi, vivaci, brillanti.

Achille_Campanile

Gian Maria Dossena disse di lui: “I suoi surrealismi, Achille Campanile, se li portava dietro con la più grande naturalezza. Ci viveva dentro, come in una pelle, da quando era ragazzo, da quando gli avevano detto che certi suoi componimenti mettevano tristezza. Allora si era messo a sfornare storielle.”

La gavetta la fece come correttore di bozze alla Tribuna, e in quel pulviscolo di caratteri tipografici e maree di carta apprese le dinamiche della notizia e del giornalismo.

Suo padre, che lo portava spesso con sé, gli faceva conoscere illustri personaggi: Lucio D’Ambra, Fausto Maria Martini, Pirandello… “Io ero timidissimo, non riuscivo a spiccicare parola”; dopo quegli angosciosi incontri, mio padre diceva: “Ma pecché fai cheste figure da sciemunito? Dì almeno na’ battuta, na’ frase spiritosa”. Io pensavo: “me ne vengono in mente tante, ma non ho il coraggio di dirle… le scriverò; vedrete se non sarò capace di scriverle. Così sono diventato umorista”.

In teatro esordisce con “Tragedie in due battute”, 1925 piccoli atti, composti da un numero irrisorio di battute. Achille fu scrittore molto prolifero e tra le sue opere più celeberrime vale la pena ricordare “Amiamoci in fretta”, 1933; “Il Povero Piero”, 1959; Sogno (ad occhi aperti) in una notte di mezza estate” 1966; “L’umorista e l’atomica”, 1984.

Ma suo vero capolavoro fu il figlio, Gaetano, nato il 10 febbraio del 1956. Questa nascita scaturita da una unione solo religiosa, quindi “illegittima” e “naturale” diede lo spunto allo scrittore per l’esilarante dialogo “dell’acqua minerale”. Gaetano era appassionato di musica ma il suo complesso faceva molto rumore sicché il colonnello, vicino di casa dei Campanile, disturbato dalla musica convocó il figlio, minacciandolo di denunce. Campanile lo sentí, mentre stava lavorando sul terrazzo: ” Permette”, dice dall’alto con soavità, “può attendermi?”. Il colonnello fu soddisfatto che un anziano signore così compito scendesse a dargli man forte.

Campanile giunse, senza fretta, menzionó sorridendo alcuni fondamentali diritti dell’uomo, a norma di legge, e concluse: “in casa mia, mio figlio ed io, siamo liberi di fare quello che vogliamo. E lei non rompa i …”. Il colonnello restò senza parola. (Da qui la storpiatura colonnello in coionello). Nella notte tra il 3-4 gennaio all’etá di 77 anni, la donna dal mantello nero gli fece visita, discussero sulle caducità delle cose umane e infine si incamminarono insieme verso orizzonti indefiniti.

* La citazione è immaginata da Giorgio Agosta del Forte: non esistono fonti ufficiali che possano attribuire tale frase a Gaetano Campanile Mancini.