La Recensione: “Nathan il saggio”


a cura di Francesca Perissinotto

 

Vent’anni fa, Teatroindirigibile nasceva per mettere in scena Nathan il saggio, capolavoro di Gotthold Ephraim Lessing. Vent’anni dopo, le scene, gli attori, gli applausi, in un contesto più attuale che mai.

I fatti portati in scena sono ambientati nella Gerusalemme della terza crociata. Protagonisti sono Nathan (Claudio Riva), Saladino (Roberto Orsenigo) e un templare (Stefano Livio). Graziato da Saladino per un’insolita somiglianza al fratello Assad, mancato da due decenni, il giovane templare vede una casa bruciare e, senza pensarci troppo, salva la giovane donna al suo interno, Recha (Sofia Orsenigo). Al ritorno dai suoi viaggi di mercante, Nathan scopre i fatti che coinvolgono la figlia. Per ringraziarlo, riesce a convincere lo scontroso templare ad incontrare Recha: è amore a prima vista. Sullo sfondo della guerra santa, i tre protagonisti incrociano quindi le loro strade e indagano le radici delle loro distanze: un musulmano, un cristiano ed un ebreo dimostreranno il loro valore in quanto uomini, uguali nell’amore per Dio, fino a scoprire di essere legati da quella che appare come la massima incarnazione di quell’amore – un’unica famiglia, dispersa e poi ritrovata, fa riconoscere i due giovani cristiani come figli di Assad, quindi nipoti del musulmano Saladino, ma sempre figli adottivi dell’ebreo Nathan.

Se due generazioni si confrontano nel testo, due generazioni di attori si confrontano sul palco figinese. Un’esempio per tutti: Al-Hafi, derviscio, è ora interpretato da Yuri Maritan; non era così vent’anni fa, quando la parte era di Paolo Cozza (visto in Il Colpo della Strega, tra gli altri), che ammette quella strana sensazione di cesura e trasformazione nel vedere ora in scena un testo così importante per la Compagnia. Sul palco si distinguono Claudio Riva, per la sua innata capacità di accompagnare il pubblico con sensibilità nelle tematiche più complesse, ma anche Anna Moscatelli (Daja), parentesi farsesca che riesce a far ridere la platea nonostante i temi non semplici della rappresentazione. Protagonista della stagione sembra essere però Roberto Orsenigo, applaudito già per la sua parte di Arlecchino nel Servitore dei due padroni: Roberto veste le parti con naturalezza, dando vita a personaggi autentici, sebbene molto diversi gli uni dagli altri, sul palco fisicamente presenti.

L’identità dei tre gruppi (Nathan, Daja e Recha; Saladino e Sittah (Benedetta Scillone); il templare e il clero) si riflette nei luoghi e nelle scene che li vedono protagonisti. Immerse nel non-spazio, naturale e potente, del deserto, le ambientazioni si trasformano sotto gli occhi del pubblico. Attraverso un sistema di pannelli mobili, luci e installazioni a scomparsa, lo spostamento nei diversi spazi è reso metaforicamente attraverso la penombra e canti arabi, che permettono di immergersi pienamente nell’atmosfera mistica e densa di Gerusalemme. Domina, nelle scene curate da Anna Bracchi, il giallo caldo e polveroso del deserto: la sabbia, ma anche la casa del mercante così come il palazzo di Saladino, diventano cornice aurea del messaggio di amore veicolato dalle vicende, incarnazione di tolleranza ma soprattutto di incontro di esseri umani. Persino le palme del Sepolcro, presso cui è solito passeggiare il templare, sono rese come pennellate di acquerelli di luce sulla scena, una citazione del loro significato religioso ed emotivo, una presenza quindi solo evocata che invita a guardare le cose per la loro essenza, non per la loro sembianza esteriore.

Forse è proprio nell’anima, ci suggerisce la messa in scena, che dobbiamo ricercare il punto di unione che ci rende tutti uomini. Nelle parole di Nathan:

“Noi siamo il nostro popolo? Cosa vuol dire popolo? I cristiani e gli ebrei sono cristiani o ebrei prima che uomini? Ah, se in voi trovassi un altro uomo al quale è sufficiente chiamarsi uomo!”. 

Il piano religioso dell’opera è il nucleo vivo della rappresentazione, carica di drammatica attualità. “Andate oltre”, sembra dirci il Mariani, regista, “andate oltre a nomi, a identità sociali fatte di esteriorità, andate oltre ad un’eredità culturale di ricerca dell’individualità basata sull’opposizione all’altro, in quanto tale sentito come minaccia o addirittura come inferiore. Provate a sentire ciò che il cuore conosce già: nell’anima dei giusti, siamo tutti uguali.”. Ma allora ancora, sempre nelle parole di Nathan:

Buon per noi. Ciò che mi fa cristiano ai vostri occhi, fa voi ebreo ai miei. Ma su, smettiamo d’intenerirci, e diamoci da fare”.