La Recensione: “Otto donne e un mistero”


a cura di Francesca Perissinotto

 

Una sola parola può descrivere la messa in scena di Teatroindirigibile di “Otto donne e un mistero”: esplosiva.

Nata dalla mano del drammaturgo Robert Thomas nel 1958 e portata alla fama popolare dal registra cinematografico François Ozon, la vicenda narra del ritrovamento del cadavere di Marcel, padre di famiglia, assassinato nella sua stanza. Nella casa si trovano in quel momento sette donne: la moglie di Marcel, Gaby; le due figlie Suzonne e Catherine; la madre di Gaby, Mamy, e la sorella di Gaby, l’ipocondriaca Augustine; a queste si aggiungono le due cameriere Louise, giovane e bellissima, e Madame Chanel, tata delle due -ormai cresciute- bambine. In un secondo momento arriverà la sorella di Marcel, Pierette, così da chiudere il cerchio delle otto donne.

Sin dal ritrovamento del corpo scoppia un vero e proprio intrigo poliziesco, fatto di interrogatori e segreti di famiglia rivelati progressivamente nello sviluppo della storia. Lungi dal semplice intrattenimento, Robert Thomas trattiene però il pubblico nel limbo tra la tensione della risoluzione del caso, una vivace comicità data dall’accostamento di personaggi in parte caricaturali, ed una dimensione più profonda, ma mai portata esplicitamente sulla scena: il palco è per definizione il luogo delle maschere, dove ogni figura è impegnata a mantenere il filo logico delle proprie bugie e mezze verità, mentre i momenti di maggiore intensitàemotiva (ritrovamento del cadavere, crollo di Augustine) vengono solo richiamati per realizzarsi oltre le quinte. Quando, nel terzo atto, le bugie crollano ed i segreti più intimi sono stati ormai rilevati, è compito di Catherine confessare una verità che connoterà i fatti di un carattere effimero, di rappresentazione – rivelazione che sarà tuttavia portatrice di un finale sorprendente, crudo, vero.

Da sempre elemento rivelatore della regia di Renzo Mariani, la scenografia è la trasposizione tangibile della chiave di lettura dell’opera. Inalterata per tutti e tre gli atti (come, del resto, inalterato è il mondo delle protagoniste, la cui unica possibile occasione di autentica riflessione personale si dimostra il finale – e qui cala il sipario), la scena rappresenta il salotto della villa, sala del ricevimento a metà tra le stanze personali e l’esterno. Eloquenti sono i quadri alle pareti: riproduzioni reali, firmate dallo stesso Mariani, delle opere “Il bacio” e “Adele Bloch Bauer II” di Klimt, si dividono tra il bagliore dell’oro, simbolo di un’opulenza mistificatrice, ed il disarmante realismo del tratto e dei volti. La scelta delle due opere è impeccabile. Ne “Il bacio” il volto dell’uomo rimane infatti celato (così come, in effetti, mai si vedrà ombra di Marcel sulla scena), mentre la donna baciata chiude gli occhi nel suo momento di maggiore intimità, chiudendosi essa stessa e lasciando inespressi, perciò inconoscibili, i suoi sentimenti. In “Adele Bloch Bauer II”, la donna vestita d’oro osserva il pubblico, direttamente, con un’espressione ambigua tra la colpevolezza, la noia, lasciva; domina un sentimento: la solitudine.

Vita della scenografia sono infine due punti di forza della messa in scena: l’interpretazione attoriale e gli effetti speciali.

Si distingue sulla scena Anna Moscatelli, nei panni della zia Augustine, la cui nevrotica ipocondria e la cui frustrazione solitaria incarnano il fallimento, sorretto da un’egoismo fine a sé stesso, dell’insieme dei personaggi. La forza prorompente dell’attrice riveste il duplice ruolo di rottura della tensione, con esiti comici, ed un contemporaneo crescendo emotivo delle più infime pulsioni. Le interpretazioni di Chiara Giudici, sul palco Suzonne, e di Anna Orsenigo, Louise, meritano altrettanta attenzione: viste rispettivamente nella “Aulularia” ed in “L’importanza di chiamarsi Ernesto” nella scorsa stagione, dimostrano qui un talento poliedrico, consapevole e maturo.

Gli effetti speciali sono una grande sorpresa della messa in scena. Spari e rumori di colpi fuori dalla scena interrompono lo scambio delle battute a ritmo di urla, degli attori e del pubblico, permettendo un’ulteriore ripresa di fiato dallo svolgimento delle indagini ed un rinnovato, forte coinvolgimento.

Renzo Mariani riesce così a confermare, nuovamente, la sua missione: la crescita di un gruppo di attori, da un lato, i cui ruoli ed il duro lavoro li spingono ad una sempre maggiore consapevolezza del loro talento; dall’altro, un pubblico sempre più fedele e partecipe con cui rapportarsi e costruire la scena, mutualmente. Un’occasione imperdibile di entrare in un’opera d’arte.