Santa impresa, 10 dicembre 2016

di Laura Curino
Riadattamento di e con Beatrice Marzorati e Davide Scaccianoce

Santa impresa è il racconto della straordinaria impresa che realizzarono i Santi Sociali Piemontesi a Torino durante l’Ottocento; fra questi Giuseppe Cottolengo, fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, e Giovanni Bosco, il prete dei ragazzi. Non è semplice raccontare queste vicende senza scadere nell’agiografia, nella polemica o nel cinismo: Laura Curino, autrice del testo, ci offre la testimonianza di uomini e donne che dovettero affrontare ostacoli e difficoltà, in balia dei tumultuosi eventi del Risorgimento, e ancora non sapevano che sarebbero diventati “santi”, ma perseverarono ostinatamente sostenendosi a vicenda. Le loro figure spiccano immense a capo degli “imperi” di cui sono fondatori, imprese che ancora oggi sono attive e prolifiche, tutto questo perché un giorno, alzando lo sguardo, incontrarono il volto del prossimo.

Presso Chiesa Parrochiale di San Michele.
Ingresso a offerta libera

La Recensione: “Momo”


a cura di Francesca Perissinotto

 

La stagione 2013-2014 si chiude con il più delicato spettacolo della rassegna: “Momo”, di Michael Ende, per la regia di Beatrice Marzorati e Brenda Solenne.

Lo scrittore tedesco cala il pubblico nell’intricata vicenda di Momo, bambina di cento anni (o forse centodue), dotata del dono dell’ascolto: chiunque parli con lei riesce a conoscere sé stesso, indagare la fonte dei propri problemi e placarsi nella serenità. Le prime difficoltà sorgono quando, in città, arrivano gli agenti della Cassa di Risparmio del Tempo. I cosiddetti “Signori Grigi” pian piano convincono tutti a depositare presso la loro agenzia il tempo, che i clienti potevano risparmiare affrettandosi nelle piccole cose quotidiane. Una vera e propria epidemia di Fretta colpisce la città e a nulla valgono i tentativi di Momo e dei suoi amici di risvegliare i cittadini Read More …

La Recensione: “Aulularia”


a cura di Francesca Perissinotto

Nessuno si chieda chi sono. Chi siamo! Dirò in breve. Alla trama di Plauto noi aggiungiamo un filo in più.
Aulularia, Plauto 

La “Commedia Della Pentola” di Tito Maccio Plauto, altrimenti nota come “Aulularia”, riprende la maschera del diffidente, avaro, vecchio tipico della Commedia dei Caratteri, qui nella veste di Euclione (Mattia Polisano). Il protagonista ottiene una pentola colma d’oro e, per tutta la vicenda, sarà ossessionato all’idea di un possibile furto. Nel mentre, la figlia Fedria (Sofia O.) viene data in sposa al ricco ma ormai navigato Megadoro (Edoardo M.), nonostante questa sia in realtà innamorata del giovane Liconide (Jacopo C.). Megadoro, onde facilitare l’approvazione del vecchio Euclione, invia nella casa del futuro suocero una squadra di vivaci e rumorosi cuochi, i quali attenteranno con la loro sola presenza alla pace del vecchio. Euclione decide così di nascondere la pentola in una foresta. Ciò che non sa è che viene visto dai servi di Liconide, i quali approfitteranno dell’occasione per rubare l’oro e rivendicarlo in nome della loro libertà. A questo punto…

A questo punto interviene la regia di Beatrice MarzoratiBenedetta Scillone e Brenda Solenne. Dopo un iniziale lieto fine, in cui l’oro è restituito, i giovani si sposano ed agli schiavi viene concessa la libertà, fa la sua comparsa sulla scena nientemeno che Plauto in persona. Rivendicando uno dei requisiti del teatro plautino e reinterpretandolo in una nuova chiave umoristica, l’autore stesso si rivolge al pubblico in una forma di metateatro nella quale si scusa per non aver terminato l’opera. Decide quindi, con un accento spiccatamente romano, di proporre al pubblico ben tre diversi finali: “E poi, a voi la scelta! Se er finale ve piacerà, tanti applausi riceverà! Se ar contrario, scontenti sarete, be’, che di’, muti e tacete!”. Tutto ciò coagulerà, infine, in una vera e propria disputa in cui gli attori rivendicheranno ognuno un futuro brillante per il proprio personaggio, tra anacronismi ironici e rivendicazioni femministe, esplosioni di egocentrismo e un autore impotente. Sarà quindi necessario l’intervento del genio familiare, il quale imporrà ai personaggi di tornare ai loro sogni e concludere così l’opera.

Significativo in questo finale è innanzitutto lo sfruttamento della scenografia: con le sue velature di semitrasparenze assume le fattezze di una nebbia, una sorta di concretato oblio e di indefinito nel quale i personaggi, privati della loro piena umanità in quanto tornati “caratteri”, si celano e scompaiono. Altro punto da notare è il rispetto dell’identità dell’opera che, pur fortemente reinterpretata, mantiene le caratteristiche plautine fondamentali di ironia, coinvolgimento del pubblico, metateatro, sempre nell’ottica carnascialesca di un ritorno all’equilibrio.

La scenografia è felicemente esaltata da Anna Castoldi, responsabile luce, la quale riflette nelle ambientazioni lo stato d’animo dei personaggi. Episodio particolarmente apprezzato dagli spettatori è il momento di iperbolica disperazione di Euclione alla vista dell’avvenuto furto della sua pentola, sottolineato da un lampo dei Carmina Burana di Orff ma soprattutto da una intensa luce rossa. Altrettanto apprezzate risultano le performance dei servi, che calcano la scena investendo la platea di battute, incomprensioni, esagerate mimiche ben rispondenti al ruolo assegnato. Si distinguono per la risposta del pubblico Arianna L. e Lorenzo C., il quale eccelle e cattura gli applausi nel monologo in cui interpreta il secondo ruolo di Plauto. La commedia plautina si inserisce nel genere della “palliata”. L’etichetta si deve al pallium, l’abito tipicamente greco indossato dagli attori in questo tipo di spettacoli: caratteristica propria è infatti l’ambientazione greca, che permetteva all’autore una maggiore libertà nei costumi e nei temi affrontati – erano considerate “cose da greci”, infatti, che non avrebbero mai toccato i romani. Ciò configura il requisito fondamentale per l’intento liberatorio e dissacrante verso cui tende la commedia. Si potrebbe a questo proposito parlare quindi di “cose da Teatroindirigibile”, in cui la risata ed il divertimento si modellano quali pilastri della libertà che trasmette il Teatro. Una conclusione di stagione preludio di brillanti nuovi percorsi.