Intervista al regista


a cura di Yuri Maritan

 
Partiamo con domande semplici: nome, cognome, numero di conto corrente e codice del bancomat.
L’unica volta che ho perso il portafoglio sono risaliti ai miei dati in meno di un quarto d’ora, e vuotato il conto in un paio d’ore, quindi è superfluo comunicare questi dati.

Giusto. Il codice del bancomat lo abbiamo già da anni, inutile fingerci estranei ai fatti. Piuttosto parliamo di teatro. Agitati?
Assolutamente no. Le prove stanno filando lisce e frizzanti senza nessun intoppo, sono certo che il ritmo e la suspense faranno il loro effetto.
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Il teatro comico, 7 e 14 aprile 2018

di Carlo Goldoni
Regia di Renzo Mariani
Compagnia Teatroindirigibile

 

In un teatro, una compagnia sta provando la farsa Il padre rivale del figlio; ci sono le maschere (Pantalone, Brighella, il Dottore, Arlecchino, Colombina), gli attori che interpretano le amorose e gli amorosi; c’è un capocomico, Orazio, che vuole convincerli ad abbandonare la tradizione dell’improvvisazione tipica della Commedia dell’Arte per imparare a studiare, a “pensare” e a sostenere il personaggio a partire da un testo scritto. Questa è, in breve, la trama de Il teatro comico, che Carlo Goldoni scrive nel 1745 per teorizzare – non solo per iscritto, ma direttamente sulla scena – il passaggio dal teatro “all’improvviso” al realismo della commedia di carattere che il drammaturgo veneziano stava elaborando in quegli anni. Praticamente. Nel Teatro Comico – in pratica l’atto di nascita del teatro moderno italiano – Goldoni mette in atto l’astuzia teatrale di raccontare la riforma che ha in mente facendola recitare ai suoi attori, immedesimando se stesso nel personaggio del capocomico Orazio.

Prenotazioni a partire da: martedì 03 aprile 2018

Se l’asino è l’unico innocente


a cura di Benedetta Scillone

 

Quando incroci qualcosa di bello è praticamente impossibile non parlarne. Si è talmente abituati alla routine quotidiana fatta di sveglie e treni in ritardo, problemi al lavoro, bisticci con l’INPS e cappuccini al bar sotto casa, che quando incroci qualcosa di bello è come un lampo negli occhi, un abbaglio da miraggio nel deserto. Il bello vero ormai è così inusuale che quando lo si incontra quasi non ci si crede e si resta stupiti; ed talmente bello che si vorrebbe ripetere quello scatto fotografico nella retina all’infinito. Questo momento di gioia pura è quello che ci è accaduto sabato scorso alla prima de “Processo per l’ombra di un asino”, dell’acutissimo e subdolamente ironico Friedrich Dürrenmatt, autore elvetico, ma che in realtà dovrebbe essere annoverato tra i patrimoni dell’umanità. L’autore ambienta l’assurda rivalità tra un altolocato dentista di nome Strutione e uno squattrinato asinaro, chiamato Antrace, nell’antica cittadina greca di Abdera. Causa del conflitto è l’imprudenza del dentista, che in una cocentissima giornata di sole si ripara incautamente all’ombra dell’asino preso in affitto. Ma l’asinaro gli ha affittato l’animale, non la sua ombra e ne richiede il dovuto pagamento, vedendosi rifiutato e insultato. A turno le due parti si arrogheranno il diritto di ragione prima davanti al giudice Filippide, unico cervello pensante in tutta la storia che tenterà di metter pace fra i querelanti; poi tramite gli avvocati del foro e i testimoni-sostenitori in un crescendo di ripicche, baratti, discussioni partitiche e segreti di Pulcinella.Il tutto ammantato da una decorosa quanto insincera indignazione. Avete un déjà-vu?

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