La Recensione: “Aulularia”


a cura di Francesca Perissinotto

Nessuno si chieda chi sono. Chi siamo! Dirò in breve. Alla trama di Plauto noi aggiungiamo un filo in più.
Aulularia, Plauto 

La “Commedia Della Pentola” di Tito Maccio Plauto, altrimenti nota come “Aulularia”, riprende la maschera del diffidente, avaro, vecchio tipico della Commedia dei Caratteri, qui nella veste di Euclione (Mattia Polisano). Il protagonista ottiene una pentola colma d’oro e, per tutta la vicenda, sarà ossessionato all’idea di un possibile furto. Nel mentre, la figlia Fedria (Sofia O.) viene data in sposa al ricco ma ormai navigato Megadoro (Edoardo M.), nonostante questa sia in realtà innamorata del giovane Liconide (Jacopo C.). Megadoro, onde facilitare l’approvazione del vecchio Euclione, invia nella casa del futuro suocero una squadra di vivaci e rumorosi cuochi, i quali attenteranno con la loro sola presenza alla pace del vecchio. Euclione decide così di nascondere la pentola in una foresta. Ciò che non sa è che viene visto dai servi di Liconide, i quali approfitteranno dell’occasione per rubare l’oro e rivendicarlo in nome della loro libertà. A questo punto…

A questo punto interviene la regia di Beatrice MarzoratiBenedetta Scillone e Brenda Solenne. Dopo un iniziale lieto fine, in cui l’oro è restituito, i giovani si sposano ed agli schiavi viene concessa la libertà, fa la sua comparsa sulla scena nientemeno che Plauto in persona. Rivendicando uno dei requisiti del teatro plautino e reinterpretandolo in una nuova chiave umoristica, l’autore stesso si rivolge al pubblico in una forma di metateatro nella quale si scusa per non aver terminato l’opera. Decide quindi, con un accento spiccatamente romano, di proporre al pubblico ben tre diversi finali: “E poi, a voi la scelta! Se er finale ve piacerà, tanti applausi riceverà! Se ar contrario, scontenti sarete, be’, che di’, muti e tacete!”. Tutto ciò coagulerà, infine, in una vera e propria disputa in cui gli attori rivendicheranno ognuno un futuro brillante per il proprio personaggio, tra anacronismi ironici e rivendicazioni femministe, esplosioni di egocentrismo e un autore impotente. Sarà quindi necessario l’intervento del genio familiare, il quale imporrà ai personaggi di tornare ai loro sogni e concludere così l’opera.

Significativo in questo finale è innanzitutto lo sfruttamento della scenografia: con le sue velature di semitrasparenze assume le fattezze di una nebbia, una sorta di concretato oblio e di indefinito nel quale i personaggi, privati della loro piena umanità in quanto tornati “caratteri”, si celano e scompaiono. Altro punto da notare è il rispetto dell’identità dell’opera che, pur fortemente reinterpretata, mantiene le caratteristiche plautine fondamentali di ironia, coinvolgimento del pubblico, metateatro, sempre nell’ottica carnascialesca di un ritorno all’equilibrio.

La scenografia è felicemente esaltata da Anna Castoldi, responsabile luce, la quale riflette nelle ambientazioni lo stato d’animo dei personaggi. Episodio particolarmente apprezzato dagli spettatori è il momento di iperbolica disperazione di Euclione alla vista dell’avvenuto furto della sua pentola, sottolineato da un lampo dei Carmina Burana di Orff ma soprattutto da una intensa luce rossa. Altrettanto apprezzate risultano le performance dei servi, che calcano la scena investendo la platea di battute, incomprensioni, esagerate mimiche ben rispondenti al ruolo assegnato. Si distinguono per la risposta del pubblico Arianna L. e Lorenzo C., il quale eccelle e cattura gli applausi nel monologo in cui interpreta il secondo ruolo di Plauto. La commedia plautina si inserisce nel genere della “palliata”. L’etichetta si deve al pallium, l’abito tipicamente greco indossato dagli attori in questo tipo di spettacoli: caratteristica propria è infatti l’ambientazione greca, che permetteva all’autore una maggiore libertà nei costumi e nei temi affrontati – erano considerate “cose da greci”, infatti, che non avrebbero mai toccato i romani. Ciò configura il requisito fondamentale per l’intento liberatorio e dissacrante verso cui tende la commedia. Si potrebbe a questo proposito parlare quindi di “cose da Teatroindirigibile”, in cui la risata ed il divertimento si modellano quali pilastri della libertà che trasmette il Teatro. Una conclusione di stagione preludio di brillanti nuovi percorsi.

 

“Aulularia” – intervista ai registi

La stagione di Teatroindirigibile giunge al termine: il 4 e il 5 maggio avrà luogo la messa in scena di “Aulularia”, testo di Tito Maccio Plauto. Si cimentano per la prima volta nel ruolo di registe Beatrice MarzoratiBenedetta Scillone e Brenda Solenne, viste sul palcoscenico come attrici per la regia di Renzo Mariani in “Cyrano De Bergerac” e “Sogno di una notte di mezza estate” (vincitore primo premio Gatal). Per l’occasione, abbiamo pensato di intervistarle e chiedere loro cosa significasse “passare dall’altra parte” e lavorare su un testo così significativo con un gruppo del tutto particolare.

Registi

1. Da attrici a registe. In quale modo questa esperienza arricchirà il vostro lavoro di attrici? 

BRENDA Confrontarsi con altre realtà come può essere quella dei più giovani, stare dall’altra parte della barricata ci aiuterà sicuramente a comprendere meglio quelle che sono le esigenze di regia e il perché di molte indicazioni che ci sono sempre state date quando sul palco c’eravamo noi! Ma in primis l’esperienza con i ragazzi è stata meravigliosa, il confronto con la loro realtà ci ha arricchito sotto ogni punto di vista, come “attrici” e come persone, hanno molto da dare e si può imparare tanto da un così bel gruppo.

BEATRICE Innanzitutto, come dice anche Brenda, mi sento incredibilmente arricchita come persona: il confronto con ragazzi più piccoli è sempre un’avventura, un incontro, una sfida che stimola a crescere, ricercare e conoscere meglio loro e anche noi stesse… per non parlare dell’affetto e della stima! Concentrandosi sull’ambito teatrale, è maturato il nostro sguardo, che si è fatto più attento e consapevole. Il lavoro da regista restituisce una dimensione più ampia del mondo del palcoscenico, una totalità di cui tutti i personaggi fanno parte, entrando in relazione ed esprimendosi l’uno tramite l’altro. È una presa di coscienza importante per l’attore, che vive così in modo autentico con gli altri ciò che sta accadendo… il gioco più serio e più bello del mondo!

BENEDETTA Essere “dall’altra parte” del palco, senza essere spettatori, ti dà una maggiore consapevolezza di quello che uno spettacolo è e può essere, di quello che gli attori regalano alle scene con la propria storia personale, reinventadole a proprio modo. Si hanno maggiori responsabilità, certo, ma con questo ruolo, abbiamo una visuale di 360° sul palco.

2. Tre registe per uno spettacolo. Quale importanza ha avuto, nello sviluppo della regia, un lavoro di equipe?

BRENDA Essendo la prima regia di importanza ne ha avuta tanta, decisamente. Nelle fasi finali, scandire e spartirsi il lavoro è diventato fondamentale, l’esperienza sugli aspetti anche più tecnici mancava per cui il fatto di avere tre teste a confronto ha aiutato. Durante tutto il laboratorio poi, abbiamo portato ognuna la nostra personale esperienza, che convergeva in alcuni punti avendo recitato insieme per alcuni anni qui a Figino, e divergeva su altri, lasciando spazio ad ognuna di poter dare il proprio contributo in base alle nostre conoscenze, per quanto limitate e diverse tra loro.

BEATRICE È stato senz’altro un elemento fondamentale. Attraverso il nostro incontro, e anche “scontro”, sono nati spunti, idee, osservazioni interessanti e non banali, che danno colore e spessore allo spettacolo. Ciascuna ha portato il suo, dando ai ragazzi più possibilità di crescita a seconda delle proprie inclinazioni e attitudini. Insomma, a volte la democrazia è “faticosa”, ma è sicuramente feconda. Inoltre, dividersi alcuni aspetti del lavoro ha permesso di essere meno oppresse dalle contingenze dello spettacolo e approfondire la ricerca con i ragazzi.

BENEDETTA Senza il lavoro di tutte e tre (e di tutto l’alveare di genitori, parenti, amici e conoscenti, attori e non, che sta dietro a questo spettacolo) difficilmente saremmo riuscite a dare ai ragazzi ciò che aspettavano.

3. “Aulularia” porta sul palco il gruppo più giovane della compagnia di Teatroindirigibile. Quale lavoro di preparazione è stato portato avanti nei confronti del gruppo in vista della messa in scena?

BRENDA Abbiamo scelto di non partire direttamente con la preparazione dello spettacolo, facendo precedere a questo un paio di mesi di laboratorio puro, dove abbiamo cercato di passare le nostre personali esperienze ai ragazzi. Sono stati proposti esercizi più tecnici, come quelli sulla respirazione, più fisici, come camminate e rilassamento muscolare, per passare ad una parte più “teatrale” dove abbiamo cercato di lavorare insieme sul portare in scena un’intenzione dietro alla parola e l’immedesimazione in diverse situazioni con caratteristiche e personaggi diversi. Altra cosa interessante è stato poi il laboratorio di scenografia, che ha portato avanti Renzo in concomitanza con la preparazione dello spettacolo, dove i ragazzi hanno potuto partecipare attivamente alla costruzione delle scene del loro spettacolo; ognuno qui ha potuto dare libero sfogo alla propria fantasia con il limite di pochissimi dettagli scenici essenziali, hanno partecipato in molti e con molto entusiasmo.

BEATRICE Come in ogni viaggio che si rispetti, è forse più bello il percorso che non la meta stessa… senza la quale non ci saremmo però messi in cammino! È stato divertente, curioso, appassionante fare con i ragazzi gli incontri di laboratorio in cui hanno sperimentato la voce, il corpo, la creatività e soprattutto la bellezza di stare insieme! Perché uno spettacolo “funzioni”, al di là degli imprescindibili esercizi tecnici, è fondamentale creare sintonia, gioco di squadra, affiatamento. È un’atmosfera sottile, fragile, magica che rende veramente unico il momento dello spettacolo e richiede tempo, cura e attenzione nei mesi di preparazione… e il bello è che non si finisce mai! Ai laboratori “tecnici” e di scenografia, si aggiunge inoltre il lavoro di creazione “drammaturgica” dei finali: essendo incompiuta la commedia, abbiamo inventato con i ragazzi i possibili finali scatenando un potenziale di fantasia e divertimento che ha reso ancora più “personale” questo spettacolo.

BENEDETTA A ottobre/novembre abbiamo cominciato con un laboratorio per coinvolgere tutti i ragazzi. Abbiamo esercitato la voce, la pronuncia, li abbiamo fatti ballare sulle canzoni scelte da loro, abbiamo creato situazioni da interpretare, personaggi da creare, lasciando che fossero loro a mostrare una caratteristica, un pregio o un difetto di un dato personaggio. Volevamo scoprissero cosa si può esprimere col corpo e la voce, qual è il loro limite, volevamo che dessero spazio alla fantasia e al divertimento. Soprattutto volevamo coinvolgere tutti e non era un compito facile, dal momento che i ragazzi hanno tra i 7 e i 17 anni, però sembra ci siamo riuscite. Almeno a giudicare dai sorrisi che vedo e dalle risate che sento. Verso gennaio invece abbiamo assegnato le parti e abbiamo cominciato col “lavoro serio”. Ognuna di noi si è presa carico di un gruppo, così da poter seguire tutti i ragazzi contemporaneamente, senza escludere nessuno. Una cosa molto importante è stata anche l’idea di un mini-laboratorio scenografico con Renzo per i ragazzi. Si sono trovati 3 o 4 volte per capire come si erano immaginati loro le scene e i personaggi e in questo modo organizzare le scenografie, che sono lo specchio dei personaggi stessi. Tutte le idee dei ragazzi sono state utilizzate.

4. Potreste descrivere il valore che ha per voi il coinvolgimento dei più giovani nel teatro? Che cosa è in grado di comunicare oggi il teatro ad un teenager?

BRENDA Ho iniziato con il teatro del gruppo della scuola quando avevo la loro età e ho deciso di continuare qui a Figino grazie ad un consiglio di un mio professore che conosceva la compagnia. Ho conosciuto persone meravigliose, tutte con una gran voglia di mettersi in gioco e di provare esperienze nuove, dà l’occasione di confrontarsi con realtà diverse dalla vita quotidiana, aiuta a fermarsi dalla routine e dalla corsa di tutti i giorni che a suo modo coinvolge anche i ragazzi piano piano negli anni per concentrarsi sullo sperimentare, sul presente e sull’emozione. E’ una realtà che non respinge nessuno, e che dà a tutti. Un gran bel modo per riflettere su temi importanti e divertirsi mentre lo si fa.

BEATRICE Il teatro è scuola di vita, gioco, incontro, ricerca, bellezza, mondo, amore, domanda, libertà, emozione, corpo, pensiero, condivisione, dono… può bastare?! Mi auguro che tutti i nostri ragazzi abbiano potuto gustare almeno un po’ di tutto questo e, al di là del fatto che lo spettacolo sia bello o meno, sarà già una vittoria!

BENEDETTA Per i più piccoli il teatro è un luogo di divertimento, dove far gruppo e mettersi in mostra, senza però risultare vanitosi. I ragazzi più grandi, direi dai 14-15 anni, cercano qualcosa in più. Per loro credo che il teatro sia un luogo dove mettersi alla prova, sperimentare le personalità che hanno, sceglierne una senza esser costretti a rinunciare alle altre; sul palco sfidano se stessi e l’orgoglio, molto probabilmente, impedisce loro di fallire. Sul palco sei chiunque e puoi esser chiunque senza render conto a nessuno. Ma forse sarebbe meglio sentire direttamente i nostri giovani attori, non credi? Ti concediamo un bel backstage con loro!

L’importanza riservata da Teatroindirigibile al coinvolgimento ed al divertimento del pubblico si inserisce, grazie a quest’opera, in perfetta chiusura di un percorso non dimentico del continuo lavoro del gruppo negli anni: l’”Avaro” di Molière, autore a cui è dedicata la stagione, si rifà infatti alle vicende plautine.

Francesca Perissinotto