Il teatro greco: invito al lettore



a cura di Benedetta Scillone

Prove dello spettacolo per la regia di Renzo Mariani
Prove dello spettacolo per la regia di Renzo Mariani

Caro lettore,

Questa volta il tema é delicato…per sua natura e per il troppo (o troppo poco) parlare che se ne é fatto. E’ un tema antico, che ha l’odore di ulivo e di terra arida, che veste un sembiante dai tratti umani e che proclama a gran voce le verità di uomini e dèi.

Indovini? Sì? È il teatro greco.

Ti prego, non storcere il naso e non lasciare queste righe non lette, pensando “lo so già!”. Quello che vorremmo narrarti è il teatro greco con gli occhi di chi lo affronta oggi.

Immagina una fresca notte di marzo dove ombre di fuochi appaiono all’angolo degli occhi. Con la nostra telecamera interna ci intrufoliamo fra una ricca vegetazione di ulivi, campi coltivati, giù per una collina a rotta di collo, oltrepassiamo qualche pozzo, un carretto rotto, un gregge di pecore che si crogiola nella quiete notturna, finché…finché non incrociamo uno sciame di fiaccole. 

Fiaccole? Ma che succede mai? Ah, una festa, magnifico! Quanti invitati? Tutti? Ma non saremo un po’ troppi? No, sicuro? Allora ci aggreghiamo volentieri alla processione, dove decine di uomini indossano maschere con tralci di vite, danzano e suonano portandosi sempre più vicino al cuore della città.

Sono le grandi feste di Dioniso, divinità del vino e delle strade, dal cui potere scaturiscono ebbrezza ed euforia, paure e irrazionalità. Con la maschera i suoi adepti perdono la coscienza di sé e diventano tutti, liberando gli istinti profondi dell’uomo.

Parlare di teatro greco, caro lettore, è come voler spiegare un film muto a un bambino invasato di Frozen: dif-fi-ci-lis-si-mo.

Perché? Ti pare forse facile far appassionare un bambino abituato a suoni e colori, al romanticismo vintage di un bianco e nero? Noi daremmo ragione al bambino. Tuttavia abbiamo avuto il privilegio di addentrarci nelle trame di questo archetipo che è il teatro, vecchio di più di duemila anni, e di portarti qualche ragione per volergli bene anche nel caotico e profano ventunesimo secolo.

Ma come?, questa è la vera domanda. Come spiegarti l’atmosfera di festa che si creava durante le celebrazioni agli dèi, ai quali intere città rendevano onore attraverso una parola recitata?

E poi, che il teatro greco fosse una tragedia, già lo sapevi caro lettore, ma ti sei mai chiesto quanto ti assomiglia?

Dimmi lettore, hai tu forse familiarità con le liti  in famiglia, coi tuoi figli? Ti perdi talvolta nello stato di grazia di un amore non corrisposto o nella lievità di un gesto d’affetto? O forse sei più sanguigno, guerrafondaio, e ti infervori per la gloria politica o ti indigni per l’invadenza di un potere tiranno? Sei forse generoso di parole o ti perdi via in un pensiero astratto?

Cosa di ciò, caro lettore, solletica la tua indole di spettatore di teatro?

William Adolphe Bouguereau, "The Youth of Bacchus" (1884)
William Adolphe Bouguereau, “The Youth of Bacchus” (1884)

Greci Antica, sinonimo di cultura, potere e tragedia. L’affascinante serietà di questo rito che é lo spettacolo, con cui i greci onoravano Dioniso e il Pantheon tutto, fluiva nella finzione dell’opera, che diveniva legame diretto tra la dimensione reale e quella divina, una celebrazione sacra agli occhi di chi la recitava e di chi l’ascoltava.

In particolare Sofocle (già sentito, caro lettore?) creava personaggi integerrimi, rivelandone i due volti: se l’integrità delle loro azioni era degna di lode, l’intestardirsi sulle proprie decisioni spesso conduceva gli eroi alla rovina.

È ciò che accade a Creonte, re di Tebe, dopo la scomparsa della stirpe di Edipo. Se inizialmente è presentato come uomo retto e giusto, nel corso dell’opera l’autore lo porta a una inesorabile cecità di potere; ma non é il denaro il leit-motiv che conduce Creonte alle scelte sbagliate, bensì la legge che lui stesso ha dettato. Egli, infatti, nega il culto dei morti a Polinice, tebano e traditore della patria, sopravvenendo alle leggi degli Inferi. Per volere del re è fatto divieto di seppellire il morto o di rendergli onore. A sfidare la legge un personaggio atipico: Antigone, sorella dell’ucciso.

In quanto cittadina di Tebe, nipote del re e, soprattutto, donna, Creonte si sente minacciato nella propria autorità: se infatti una misera donna ignora volutamente i suoi decreti, come potrà il re tener testa ai tebani?

Questa incrinatura nella sicurezza politica di Creonte è resa bene in un dialogo fra i due:

CREONTEE non ti vergogni di agire diversa da tutti?
ANTIGONENulla vi è di vergognoso nell’amare i congiunti.
CREONTE: Non è del tuo stesso sangue anche quello caduto dall’altra parte?
ANTIGONE: Dello stesso sangue, nato da una sola madre e dal medesimo padre.
CREONTE: E perché allora rendi empi onori a uno solo?
ANTIGONENon dirà che sono empi il fratello morto […]
CREONTE: Mai il nemico, neppure da morto, diventa amico.
ANTIGONE: Non per odiare io sono nata, ma per amare.
CREONTE: E va con loro laggiù, allora, ad amare entrambi. Io vivo, non comanderà una donna!

In un altro monologo Antigone, accompagnata dal coro che snoda la vicenda facendo da eco ai pensieri dei personaggi, spiega come il suo gesto non nasca da un desiderio di sfida, quanto sorga per un affetto del cuore:

In nome di quale leggi lo affermo? Morto lo sposo, un altro uomo avrei potuto avere, e un figlio da un altro uomo, se un figlio avessi perduto. Ma poiché padre e madre sono chiusi nell’Ade, non c’è fratello per me che possa germogliare. Per questa legge te più di tutti ho onorato, caro volto, e questo a Creonte è sembrata una colpa, è sembrato un terribile ardire.

Antigone per amore verso il fratello sarà coerente con le proprie azioni, rinunciando persino a Emone, promesso sposo e figlio di Creonte, abbracciando la punizione che Creonte ha serbato per lei. Emone, dilaniato fra il dovere verso il padre e il rendere onore al coraggio della donna che ama, compirà un destino che segnerà la rovina del re.

Caro lettore, noi non siamo dèi né àuguri, ma come voce del popolo di Tebe ti rammentiamo:

“Molte potenze sono tremende. Ma nessuna lo é più dell’uomo”

Caro lettore, noi ti aspettiamo.

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